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INTRODUZIONE ALLA LETTERA ENCICLICA “FRATELLI TUTTI”

ENCICLICA

Il Papa, vescovo di Roma e guida spirituale della Chiesa cattolica, ha molti modi per comunicare e per insegnare al popolo di Dio. Di solito lo fa attraverso l'Angelus domenicale, le catechesi del mercoledì, le prediche durante le messe dal lui presiedute e i discorsi. L'insieme di tutti questi interventi formano il magistero del Papa (il suo insegnamento ai fedeli e agli uomini di buona volontà, cioè di coloro che non credono, ma vedono nel papa un punto di riferimento spirituale per orientarsi).
Tra i vari pronunciamenti magisteriali, uno dei più normativi e importanti è sicuramente la lettera Enciclica. Questo tipo di lettera, di solito abbastanza corposa, può sviluppare diversi temi. Per questo ci sono le encicliche di fede, le encicliche morali e le encicliche sociali.

PER CAPIRE

Papa Francesco mette a tema della sua enciclica la fraternità, e lo fa prendendo spunto ed esempio da san Francesco dʼAssisi, il grande santo medievale, tessitore di fraternità, il santo dellʼamore fraterno, della semplicità e della gioia (cf. nn. 1-2).

Prima domanda: su cosa fonda il papa la fraternità? Perché riconoscerci fratelli e sorelle?

Francesco fa una distinzione circa i credenti e i non credenti. Per i non credenti, atei o agnostici il fondamento della fraternità è la dignità di ogni essere umano, correlata con i suoi diritti fondamentali (libertà di autodeterminazione, di pensiero, di coscienza, di culto, di informazione). Interessante notare che il papa non parla solo di una fratellanza, ma di una fraternità, che sottolinea un legame più forte, concreto, non già dato a priori ma da costruire. La fratellanza, possiamo abbozzare questa idea, è data dal legame di sangue (pensiamo a Caino e Abele) ed è un dato di fatto; la fraternità invece è il 'ponte' che si costruisce sopra. Il papa, al n.272 lo dice in questo modo: «La ragione, da sola, è in grado di cogliere l’uguaglianza tra gli uomini e di stabilire una convivenza civica tra loro, ma non riesce a fondare la fraternità».

PER CAPIRE

Papa Francesco parla dell'amore nel cap. terzo. Non ne parla a livello teorico ma in concreto: per sperimentare l'amore occorrono volti concreti da amare (n.87). L'amore deve essere estroflesso (n.88), attento all'altro (n.93) e deve tendere verso la comunione universale (n.95). Un universalismo che è geografico ma anche esistenziale. (nn.97-98).

Francesco si chiede: in cosa consiste l'esperienza di amare? E' un movimento che pone l'attenzione sull'altro, considerato come un altro se stesso (...). L'amore all'altro ci spinge a cercare il meglio per la sua vita (n.93). ci vengono in mente le parole di una preghiera di Madre Teresa di Calcutta: “non dare solo le tue cure, dai il tuo cuore!”.

 PER CAPIRE

Papa Francesco affronta il tema dellʼascolto nel capitolo primo, dove parla degli ostacoli alla fraternità e invece di ciò che la favorisce. Mentre il Papa ci aiuta a riflettere sul tema della comunicazione, accenna allʼazione di mettersi seduti e di ascoltare lʼaltro, che è un paradigma di atteggiamento accogliente, di chi supera il narcisismo e accoglie l’altro, gli presta attenzione, gli fa spazio nella propria cerchia. Lʼascolto diventa allora una precondizione per accogliere lʼaltro, facendo sì che lʼaltro si possa rivelare per quello che è, cioè appunto “altro-da-me”.

 Quali potrebbero essere allora le caratteristiche di un ascolto autentico? Proviamo ad elencarle brevemente:

  • La disponibilità a “perdere tempo”. Dare tempo coincide già con la disponibilità del cuore (don Bruno Bignami);
  • La disponibilità a lasciare che lʼaltro si riveli per quello che è e non per le nostre attese;
  • La disponibilità ad essere “neutri”: a non nutrire pregiudizi verso la persona da ascoltare;
  • La disponibilità a “lasciarsi ferire” dalle parole dellʼaltro;
  • La disponibilità a imparare lʼempatia e lʼintelligenza emotiva[1] per comprendere in profondità ciò che lʼaltro mi sta dicendo, non solo con le parole;
  • La disponibilità ad ascoltare i silenzi (che, a volte, parlano più delle parole).

Lʼascolto non riguarda solo lʼesperienza umana, ma anche e soprattutto lʼesperienza di fede. Fides ex auditu, dicevano gli antichi: la fede nasce dallʼascolto. Il Dio cristiano è un Dio che parla, che si rivela e si fa conoscere e lʼessere umano è chiamato ad ascoltare e dunque ad accogliere le sue parole. Lo avevano capito bene gli ebrei, che iniziavano la preghiera con lo Shèmà Israel (ascolta,Israele!).

Tuttavia, scrive Francesco, «il mondo di oggi è in maggioranza un mondo sordo […]. A volte la velocità del mondo moderno, la frenesia ci impedisce di ascoltare bene quello che dice l’altra persona. E quando è a metà del suo discorso, già la interrompiamo e vogliamo risponderle mentre ancora non ha finito di parlare. Non bisogna perdere la capacità di ascolto» (n.48). Siamo diventati tutti davvero un poʼ sordi e impazienti... così però mettiamo in pericolo la struttura basilare di una saggia comunicazione umana (n.49).
Il Papa crede fortemente che la ricerca della verità avvenga attraverso il dialogo, la conversazione pacata e la discussione appassionata. Eʼ un cammino non facile, impegnativo, a volte faticoso, ma sicuramente fecondo.

Infine Francesco suggerisce una riflessione su cosa significhi essere saggi, sapienti. Scrive: Il cumulo opprimente di informazioni che ci inonda non equivale a maggior saggezza. La saggezza non si fabbrica con impazienti ricerche in internet, e non è una sommatoria di informazioni la cui veracità non è assicurata. In questo modo non si matura nell’incontro con la verità. Le conversazioni alla fine ruotano intorno agli ultimi dati, sono meramente orizzontali e cumulative (...). Servono spiriti liberi, disposti a incontri reali (n.50).

 

PER CAPIRE

Papa Francesco parla della comunicazione e dellʼinformazione digitale nel primo capitolo e lo fa in modo molto critico: questo tipo di comunicazione, seppur utile, non costruisce la fraternità. Anzitutto perché, paradossalmente, mentre crescono atteggiamenti chiusi e intolleranti che ci isolano rispetto agli altri, si riducono o spariscono le distanze fino al punto che viene meno il diritto all’intimità. Tutto diventa una specie di spettacolo che può essere spiato, vigilato, e la vita viene esposta a un controllo costante. Nella comunicazione digitale si vuole mostrare tutto ed ogni individuo diventa oggetto di sguardi che frugano, denudano e divulgano, spesso in maniera anonima. Il rispetto verso l’altro si sgretola e in tal modo, nello stesso tempo in cui lo sposto, lo ignoro e lo tengo a distanza, senza alcun pudore posso invadere la sua vita fino all’estremo (n.42).
«I media digitali possono esporre al rischio di dipendenza, di isolamento e di progressiva perdita di contatto con la realtà concreta, ostacolando lo sviluppo di relazioni interpersonali autentiche».
C’è bisogno di gesti fisici, di espressioni del volto, di silenzi, di linguaggio corporeo, e persino di profumo, tremito delle mani, rossore, sudore, perché tutto ciò parla e fa parte della comunicazione umana. I rapporti digitali (...), hanno un’apparenza di socievolezza. Non costruiscono veramente un “noi”. (...) La connessione digitale non basta per gettare ponti, non è in grado di unire l’umanità (n.43).

Si parla anche di “aggressività sociale”, la quale trova nei dispositivi mobili e nei computer uno spazio di diffusione senza uguali (n.44). Ciò ha permesso che le ideologie abbandonassero ogni pudore. Quello che fino a pochi anni fa non si poteva dire di nessuno senza il rischio di perdere il rispetto del mondo intero, oggi si può esprimere nella maniera più cruda anche per alcune autorità politiche e rimanere impuniti. Non va ignorato che «operano nel mondo digitale giganteschi interessi economici, capaci di realizzare forme di controllo tanto sottili quanto invasive, creando meccanismi di manipolazione delle coscienze e del processo democratico (n.45).
Da questo processo neppure i cristiani sono immuni: essi «possono partecipare a reti di violenza verbale mediante internet e i diversi ambiti o spazi di interscambio digitale. Persino nei media cattolici (...) si tollerano la diffamazione e la calunnia, e sembrano esclusi ogni etica e ogni rispetto per il buon nome altrui» (n.46).

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